lunedì, 16 novembre 2009

Il proverbio arabo e il dilemma del vecchio rugbista

"Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo".

Vivere così (bello, bellissimo, eh?) è un po' come vivere da velocista. 
Il velocista è sempre pronto a scattare, lì in tensione sulla linea di partenza. Ogni fibra in attesa, ogni muscolo compresso nella sua potenza pronta ad esplodere. E' solo questione di istanti. Ed ecco il segnale! Sentito lo sparo dello starter, superato il frammento di secondo in cui scattare sarebbe stato sinonimo di falsa partenza, il velocista si attiva, inizia a mulinare le gambe, mettendoci il massimo, con concentrazione, fino alla linea del traguardo, sempre tenuta d'occhio con caparbietà.
Tagliare il filo... eeeeee... primo!

Bello vivere così, già.
Bellissimo, anzi.
Però, c'è un però.
Il però è che non sono così.
Non sono così e me ne faccio una colpa.
E più me ne faccio una colpa, più mi sento inadeguata.
Più mi sento inadeguata, più mi blocco sulla linea di partenza, altro che inarrestabile velocista.
Le gambe inchiodate, abbozzo qualche passo che già ho perso di vista la meta. Osservo con la coda dell'occhio gli altri partecipanti alla gara: le loro tutine mi sembrano più tecniche delle mie, le loro muscolature più possenti, i loro balzi più efficaci e decisi. Penso, mentre provo comunque a correre, perdendo via via convinzione, che forse avrei dovuto fare nuoto, o magari ciclismo, o...
Ammesso che al traguardo io ci arrivi, gli altri si son già scolati lo champagne.
E il mio cuore dov'è?
E' lì, alla partenza, un po' spiegazzato e con gli occhietti tristi, che mi fa un cenno con la manina 'ohi! e io?' (il cuore è uno zingaro e si esprime un po' così).
Torno indietro, lo raccolgo, me lo tengo stretto sotto un braccio, e cerco di combattere il senso di sconfitta pensando che, forse, più che un velocista in realtà sono come un vecchio rugbista.

rugbyIl rugbista si tiene stretta la palla sotto il braccio. Studia gli avversari che gli si parano di fronte. E non lo molla, quell'ovale ruvido al tatto, non lo molla per un istante. Ha paura, cazzo, e vorrei anche vedere, con questi colossi che gli si fanno incontro. Fratture multiple, il male minore. E ti pare che la molli, allora, 'sta palla? E tirarla avanti non si può, non s'ha da fare, le regole dicono di no, e cadrebbe pure in mani sbagliate. Meglio portarla con sè un altro po'. Il rugbista suda freddo, mentre si guarda disperatamente intorno in cerca di uno spiraglio. Il cerchio si stringe. Un cerchio di svariati quintali, per giunta. Il rugbista ha però un'intuizione: accenna uno scarto a sinistra, il maciste davanti a lui abbocca (mica tanto svegli, 'sti energumeni) e si toglie di mezzo da solo. Ruota su se stesso di 180 gradi, di fronte a sè vede i suoi compagni che lo guardano perplessi.
'Ma che minchia fai? E passa 'sta palla!', gli urlano.
La palla è ancora lì, sotto il braccio. Pulsa, smaniosa di tornare in gioco.
Il rugbista l'accarezza per un attimo con un sorriso.
Anche lui ha voglia di tornare in gioco, di ributtarsi nella mischia come un tempo, prima dell'infortunio.
Magari difettava di esperienza, prima, ché ogni volta ne usciva con un braccio al collo e si beccava settimane di infiltrazioni e fasciature.
Ma l'incoscienza entusiasta degli esordi, quella sì la cambierebbe con tutta l'esperienza di ora.
Adesso ha sul groppone il peso degli scudetti già vinti, le pressioni degli sponsor, le comodità di una carriera avviata.
Si metterebbe ancora in gioco come prima?
Tornerebbe indietro, a dilettarsi per puro svago, per pura passione, senza pensare a dover consolidare, mantenere, difendere chissà quale diritto acquisito?

La palla è calda, la palla dice sì.
E il vecchio rugbista, che dice, lui?

Non lo so, è presto per dirlo.
Però una cosa sì che ve la posso dire.

Stanotte ho sognato che dipingevo. Usavo le mani, impastavo colori, con il palmo, coi polpastrelli, con tutte le dita, sporcandomi fin sotto le unghie. Tracciavo linee, spalmavo tempere, saggiandone la consistenza, scaldandole col mio calore, senza pensare al disegno finale, solo per il piacere di pasticciare.
E il disegno finale, alla fine, usciva, guidato puramente dall'istinto. Ed era pure bello, azzurro verde e viola. E, soprattutto, era stato divertente da realizzare.
Come un gioco.
Libero da costrizioni.
Libero e basta.

E sarà che ieri mi ero drogata massicciamente di tachipirina, che potrei non aver metabolizzato ancora del tutto, ma... beh, voi che ne pensate dei vecchi rugbisti che si mettono a dipingere?
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venerdì, 02 ottobre 2009

Se

Immag067Se le cose nella mia vita girassero in modo perfetto…
… farei un lavoro fighissimo che mi piacerebbe un sacco, ben retribuito, che mi lascerebbe molto tempo libero e che condividerei con colleghi splendidi.
… io stessa sarei splendida: nessuna traccia di cellulite sul mio corpo, nessuna coulotte de cheval, solo pelle dorata, liscia e tesa su un corpo sodo e ben proporzionato, anche senza bisogno di palestra. Palestra che, per inciso, farei comunque, perché un essere amabilmente attivo come me si divertirebbe un sacco a zampettare sul tapis roulant o stendere i propri muscoli a colpi di pilates; e non per vanità ma per leggiadra convinzione.
… avrei dei capelli fluenti, lunghi e lucenti, che non s’incresperebbero mai, nemmeno dopo un bel bagno in mare; il mio sorriso splenderebbe candido e irresistibile, sarei sempre perfettamente truccata e sfoggerei unghie impeccabili per fattezza e smaltatura.
… non suderei mai, nemmeno con temperature di 40 gradi e quella percentuale d’umidità tipicamente padana che solo chi abita da queste parti conosce alla perfezione.
… il mio guardaroba sarebbe sempre in ordine, tutti gli abiti puliti e stirati come dio comanda. Ogni volta che dovessi aprire l’armadio troverei ESATTAMENTE quello che avrei voglia di indossare in quel momento, e tutto mi starebbe a pennello. Nessun pallino sbucherebbe dai miei maglioni di lana, nessun filo sarebbe tirato, e nessuna chiazza da ferro da stiro troppo caldo tatuerebbe alcun tessuto. Tutto mi piacerebbe da impazzire, non farei acquisti scellerati, e soprattutto nessuno dei miei capi sarebbe mai dozzinale o fuori moda.
… potrei mangiare a volontà senza timore di prender peso o coprirmi di brufoli.
… non soffrirei le tipiche paturnie da sindrome premestruale. Termini come gonfiore, ritenzione idrica, sbalzi dell’umore o disturbi del sonno sarebbero a me ignoti.
… sarei circondata da persone affascinanti, simili a me per modo di pensare e gusti, e con loro farei un sacco di cose: viaggi, concerti, mostre, teatro, serate in ristorantini pittoreschi e chi più ne ha più ne metta. Le chiacchierate con loro sarebbero sempre vivaci, stimolanti e interminabili.
… uno stuolo di uomini mi farebbe la corte, invitandomi ad uscire a destra e a manca; trascorrerei delle serate piacevolissime in loro compagnia e dividerei notti di sesso rovente. Mi chiamerebbero quando vorrei essere richiamata e sparirebbero quando fosse evidente che non è aria. Da questo gruppo nutrito, ad un certo punto, proprio quando io stessa fossi pronta, sbucherebbe il famoso Uomo Giusto, che non lascerei scappare per alcun motivo al mondo, amandolo senza paura, nei secoli dei secoli.
… la mia storia familiare sarebbe liscia e armoniosa come uno specchio d’acqua. Mio padre sarebbe un uomo giusto e affabile, mia madre indipendente e determinata. Mi avrebbero amata con tenerezza e fermezza, guidandomi quando ne avessi avuto bisogno e lasciandomi altrettanto libera di scegliere per me stessa.
… avrei già pubblicato un libro.
… sarei informatissima su quanto accade nel mondo e attiva nella politica e nel sociale.
… sarei una persona equilibrata, sicura di me stessa, forte e sorridente, generosa, carismatica, intelligente e affascinante.
 
Sarei.
Farei.
Avrei.
E via condizionaleggiando.
 
Ma… provando a rimanere su un solido indicativo presente, senza se di mezzo?
Ok, vediamo.
 
Il mio lavoro non è in effetti quello che avrei voluto fare nella vita. Anche se non lo so, di preciso, che cos’avrei voluto fare. Fatto sta che è comunque ben retribuito, che di tempo libero me ne lascia a sufficienza, e che con i miei colleghi vado per lo più d’accordo. Ho lavorato in posti ben peggiori e, non per trovare giustificazioni, molti dei miei amici sono messi ben peggio di me: o perché a rischio continuo di licenziamento, o perché sottopagati, o perché soggetti a disagi di vario genere.
Non sono splendida di certo. La volumetria del mio corpo è abbastanza casuale (culo grosso e tette piccole, per intenderci), la mia altezza stratosferica è atipica e mi ha messa a lungo a disagio. Ho dei brutti piedi e mi sono mangiata le unghie (delle mani) per anni. Ma ho due begli occhi grandi e di un verde brillante, un nasino regolare e un sorriso comunicativo. E pure dei bei capelli; non lunghi, non li ho mai avuti lunghi, ma, insomma, almeno ce li ho. E li faccio sempre sagomare in tagli strepitosi che mi stanno benissimo! Le mie gambe non sono perfette, ma sono magre e chilometriche. E anche le mani, nonostante le unghie ancora non esattamente in forma, sono affusolate, un po’ da pianista. Almeno così dicono. Non ho un fisico atletico, ma questo posso solo imputarlo a me e al mio rapporto privilegiato con il divano. E quando torno da una giornata passata in spiaggia, sono fluorescente e con una specie di nido informe poggiato sulla testa. Però mi escono le lentiggini, che adoro, e dal giorno dopo un po’ di coloritura si inizia a vedere. Non ho la pelle deturpata dall’acne, solo qualche neo - tipo quello graziosissimo sulla destra del labbro superiore; segno distintivo che ho sempre pensato mi accomunasse a Cindy Crawford.
In estate, sudo.
E mi crescono pure i peli in giro per il corpo (non solo in estate).
Il mio guardaroba è un casino: tengo da parte vestiti che so perfettamente non metterò mai più, ma che non riesco neanche a buttar via; ci son dei giorni in cui il vuoto più desolante si apre davanti a me, e nonostante quintali di indumenti siano stipati dietro le ante dell’armadio, non trovo proprio nulla che mi stia bene, mi rimprovero di fare shopping in maniera cialtrona e m’intristisco. Non sono una stiratrice eccezionale; soprattutto le camicie, dopo il mio intervento, sembrano essere passate sotto uno schiacciasassi. Ma quando voglio, mi vesto in un modo che a me piace molto, personale, mai troppo appariscente ma comunque indicato per la mia figura e la mia natura.
Non posso mangiare a volontà senza che vi sia qualche ripercussione sul mio già precario stato di forma, sulla mia colite o sulla sfericità della mia pancia. A volte mangio proprio in maniera demenziale, per mancanza di tempo, di stimoli a cucinare o di disordine generale nei miei orari. Sono saltuariamente salutista, ma anche una buona forchetta; golosa di dolci e schifezze. Ovvio che tra un gambo di sedano scondito e un paio di pizzette io scelga senza indugio le seconde. E quindi, che cazzo mi lamento a fare della colite?
Nel periodo premestruale sono inavvicinabile: gonfiore addominale, stanchezza, insonnia, e una diffusa percezione di negatività del tipo sono una merda e nessuno mi vuole bene. Ma nel giro di un paio di giorni passa.
Di persone interessanti e stimolanti, dai gusti simili ai miei, con cui trascorrere belle serate, tessere discorsi non banali, condividere passioni e bei momenti, in realtà ne conosco. E nemmeno poche. E credo di essere molto fortunata in questo. Soprattutto ultimamente mi è capitato di essere magneticamente attratta da alcune persone, conosciute in vari modi, con cui ho scoperto di avere un sacco in comune. Bello. Vuol dire che il radar funziona.
Uomini. Parliamone. Beh, dai, alla fine non è che mi possa lamentare. Ogni tanto esco con qualcuno, e poi la cosa muore lì. A volte non mi accorgo (o forse non mi voglio accorgere) di piacere a qualcuno. A volte, è un uomo a piacere a me, e ovviamente se la cosa non è ricambiata ci sto male. Mi sono presa le mie belle delusioni, ho sofferto, come tutti, per (dis)amore. Ma sto anche imparando molto: a non essere troppo dipendente da qualcuno, per esempio; a non crearmi troppe aspettative; ad essere un po’ più disincantata e a comunicare meglio. Ho scoperto che so stare bene anche da sola. E che ho voglia di innamorarmi di nuovo e bruciare di passione.
La mia storia familiare è un discreto casino. I miei genitori non sono come li vorrei; probabilmente io non sarò a mia volta la figlia che avevano sognato. È però vero che se sono quella che sono è anche per merito/colpa loro. La cosa più importante, tirando le somme, è che non nutro più un forte rancore nei loro confronti. E questo, per quanto mi riguarda, è già molto.
Un libro non l’ho ancora pubblicato, e probabilmente mai lo pubblicherò, perché sono troppo pigra. E perché, in fondo, non so scrivere. Basta rendersene conto.
Non sono così informata e attiva come vorrei, lo ammetto. Se, per esempio, mi chiedeste quale sia la capitale del Suriname, quando e come avvenne il golpe di Pinochet e di che cosa parli l’articolo 36 della Costituzione, mi si stamperebbe in faccia la classica espressione a punto interrogativo e probabilmente arrossirei per la vergogna. Ogni tanto mi chiedo che fine abbiano fatto tutte le cose che avevo faticosamente imparato a scuola, o all’università. Ma, anche qui c’è un ma, sono sempre curiosa e attenta, e ho voglia di capire e imparare.
Sono una persona incasinata, incostante, mutevole; una ragazza-donna, sempre in divenire. A volte non mi sto dietro nemmeno io. Sono cazzona quando dovrei essere precisa, e viceversa. Puerile. Rigida per alcuni aspetti, troppo malleabile per altri. Non sono equilibrata. Non sono sempre così forte. Fumo. Sono mediamente molte cose; e altre troppo, o troppo poco. Sono multisfaccettata. A volte esasperante, pure per me stessa. Contraddittoria. E, nonostante i miei difetti, estremamente critica ed esigente.
 
Sono ben lontana dalla perfezione, insomma.
Ussì. Lontana anni luce.
 
Però… magari non sempre (in questo momento per esempio sì) mi piaccio per quella che sono.
(e di persone perfette, a dire il vero, non ne ho conosciute mai, nemmeno una)
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sabato, 19 settembre 2009

Fame

Ho fame di progetti
Ho fame di chiarezza
Ho fame di coerenza
Ho fame di solitudine
Ho fame di libertà
Ho fame di vero amore
Ho fame di pazienza
Ho fame di novità
Ho fame di fango e neve
Ho fame di pioggia
Ho fame di sacrifici

La mia fame è arancione

Ho fame di condivisione
Ho fame di cambiamenti
Ho fame di risposte
Ho fame di chiacchierate
Ho fame di silenzio
Ho fame di libri
Ho fame di albe e tramonti
Ho fame di semplicità
Ho fame di ritrovarti
Ho fame di fuoco e fiamme
Ho fame di serenità

La mia fame brontola
La mia fame non tollera inganni
o contrattempi
La mia fame scalpita come un bambino parcheggiato nel carrello della spesa
La mia fame non si trattiene

E il senso d'attesa è denso come l'olio
galleggia in superficie, sopra la mia testa, come nubi cariche di tuoni e pioggia

Ok, ho capito, mi rimbocco le maniche, scarto le gocce, e vado
 

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lunedì, 13 luglio 2009

Panta Rei

riflessiIl bar da Otello non si chiama così. Non so in realtà quale sia il suo  vero nome, ammesso ne abbia uno. Non c'è alcuna insegna, a parte una grande T bianca su sfondo blu posta lungo la strada; insegna che è anche il motivo per cui, un paio di volte la settimana, mi fermo ed entro. Il bancone di solito è popolato da uomini di varia età che bevono un caffè, uno spritz o un'ombra di vino. La tenuta (estiva) più in voga sembra essere: pantaloni (nella variante lunga, o bermuda); ai piedi, sandali di pelle o - nel peggiore dei casi - mocassino e calzino bianco corto; a completare l'opera, canottiera a coste e spallina larga, o polo a righe nelle mattinate eleganti. Siamo pur sempre in campagna, qui, signori miei...
Dietro il bancone stanno Otello e signora. Ormai viaggiano intorno ai 70 anni, anche se ai miei occhi sono sempre, irrimediabilmente uguali a trent'anni fa. A volte, la moglie serve i clienti e il marito se ne sta fuori, seduto su una di quelle sedie di ferro da bar modello casale in Toscana, fumando e conversando con qualche cliente.  Altre volte, invece, c'è solo lui, oppure la nipote dei due. Ogni tanto, fa capolino anche una bimbetta bionda con codini regolamentari, che spesso e volentieri improvvisa brevi percorsi sulla sua biciclettina a quattro ruote motrici; figlia della nipote, per la cronaca.
Nelle vetrinette e sopra i ripiani del bancone fanno bella mostra di sè:
- tramezzini dall'aria malaticcia, che Benni potrebbe tranquillamente includere nel suo bar Sport;
- gelato (rigorosamente confezionato; un tempo tenevano del gelato artigianale buonissimo, che una sera salvò mio padre da una figuraccia maturata con il primo sperimentale utilizzo del Gelataio Simac. Ma quelli erano altri tempi...);
- boeri, gomme e caramelle.
Le sigarette vengono tenute sotto il bancone, o nella stanzetta-tabaccheria sul retro.
Da sinistra, provengono invece i tintinnii elettronici dei videopoker, cavallo di Troia della modernità.
Alle spalle del bancone, una specchiera con ripiani di vetro su cui poggiano innumerevoli bottiglie di liquori assortiti, che dà alla stanza un aspetto da piccola bottega dello speziale. E, insieme alle bottiglie, messa lì quasi per caso, una foto.
Il ragazzo ha suppergiù vent'anni, i capelli dal taglio anni '80, castani con una frangettona da antologia. Sorride, ha l'aria svagata, da giovane, e gli occhi cerulei come quelli del padre. Mi chiedo sempre, quando lo guardo, come potrebbe sembrare, ora: segni evidenti di calvizie? Sempre molti capelli, ma bianchi, come succede a quegli uomini che incanutiscono presto ma non si stempiano? Porterebbe ancora, negli occhi, sulla bocca, quell'aria felice e svagata? Calcolo che avrebbe circa quarant'anni. Avrebbe, appunto, se non si fosse schiantato con la moto più di vent'anni fa. Era il figlio di Otello e signora.
Ricordo che, quando accadde l'incidente, per giorni e giorni non si fece parola d'altro. E' morto il figlio di Otello!, il tam tam si propagava a macchia d'olio, è caduto in moto, stava tornando da Jesolo...
Per un sacco di tempo, non si parlò che di questo
Pochi giorni dopo, la foto fece la sua comparsa nel bar. 

Ora, quando entro a prendere le sigarette, basta la mia sola presenza a far materializzare sul bancone un pacchetto di Camel Silver. Magie della frequentazione abituale. Pago i miei 4€ e me ne vado. Buongiorno, o buonasera. Qualche volta scatta la parola in più (che freddo, vero? che caldo, eh? hai preso la macchina nuova? posso entrare con la mia cagnetta?). Sorrido, mi sorridono di rimando. Esco. Mi chiedo se si ricordino di me bambina, di quando andavo con le mie amichette, in bici, a prendere il gelato o le caramelle. E penso che il tempo scorre, le ferite si rimarginano. E' naturale, è sano. Si piange un po', se si può voltar pagina la si volta, se non si può si porta il dolore dentro di sé, sempre più in profondità, sempre meno pulsante. Si riaprono le braccia alla speranza, alla vita che continua ad andare.
Il casino è che rimangono lì, immobili in un angolo, quelle piccole, bastardissime foto-cicatrice. E 'ste stronze hanno il brutto vizio di saltar fuori quando meno te lo aspetti: zac!, il bordo tagliente della cornice esige il suo tributo di sangue e lascia un piccolo segno sulla pelle.
Si rimarginerà subito, all'istante quasi, basta appoggiarci su le labbra e disinfettare con un po' di saliva. Un niente, rispetto all'emorragia inarrestabile di qualche tempo prima... ci si riesce anche quasi a ridere su!
Ma... ahi!, che fitta al cuore, e che bruciore, per un momento!

 

 

 

P.s. la foto non c'entra un cazzo, ma mi piaceva. L'ho scattata a Vicenza qualche settimana fa. All rights reserved.

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lunedì, 22 giugno 2009

In caos

L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.

Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.

 

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mercoledì, 22 aprile 2009

Incontri ravvicinati

Edgar Mitchell, astronauta della NASA, parte dell'equipaggio dell'Apollo 14, in una rivelazione-shock confessa: gli alieni esistono, hanno avuto contatti con noi, e si presenterebbero come esseri "amichevoli, piccoli e dai grandi occhi".

Non ho fatto a tempo a leggere queste parole che... un'illuminazione improvvisa!
Ho aperto la cartella 'foto', scorso i titoli, cercato febbrilmente, richiuso, riaperto, frugato, il senso di'inquietudine in ascesa, l'ansia, la fibrillazione, finché... ECCOLA!
Ho osservato la foto per bene, per interi minuti.
Dettagli che mi erano sfuggiti, ora mi sono finalmente chiari.
Ho ingrandito, zoomato, cecrato di migliorare la definizione.
E credo di esserne certa.
Uno di qui piccoli, amichevoli esseri dai grandi occhi è in una mia foto...

 

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mercoledì, 01 aprile 2009

Fuori orario

Penso che dovrei andare a dormire, ma non ne ho alcuna voglia, ancora, nonostante le palpebre pesino per il sonno come macigni. Metto su un po' di musica, mio alimento principale in questi giorni, e accarezzo l'idea di un'ultima sigaretta e di un biscotto, che di certo mi traghetterebbero verso le braccia di Morfeo con qualche senso di colpa in più, ma magari con la mente un po' più sgombra dalla stanchezza.
Fuori piovono minuscoli frammenti d'acqua, talmente insignificanti che non si sentono nemmeno crepitare giù, lungo la grondaia; frammenti sputacchiati da un cielo autunnale di cui non ho proprio più voglia. Non ora che è primavera, non ora che voglio solo luce e calore.
Ho voglia di molte cose, in questo periodo. Terminato il lungo letargo invernale, mi sono riscoperta viva, brillante, pungente come calce viva e pronta ad esplodere come dinamite. Sto accarezzando sogni con immensa paura ed ancor più forte curiosità, io che dalla spinta della curiosità riesco sempre a trarre stimoli febbrili ed intensi, seppur spesso poco duraturi. E' la costanza che mi fa difetto, in qualsiasi cosa io faccia o stato d'animo viva.
Purtroppo?
Per fortuna?
Non lo so.
Però so anche essere molto fedele: ai miei sogni, per esempio. Anche se qualcuno, lo ammetto, l'ho tradito. E pure malamente. Dovrei dare più fiducia agli istinti e ai suggerimenti del mio inconscio, soprattutto quando mi sembrano totalmente irrazionali e pazzeschi.
Sono proprio loro, mi sa, a rivelare la vera essenza di me.

Oggi ho sentito una canzone per radio. Una canzone davvero bella, che non ho potuto fare a meno di ascoltare con intensa concentrazione, e che mi ha alleggerito il cuore. Perché sembra parlare proprio di come io mi senta ora. E nonostante la presenza di una Gianna Nannini che in genere non tollero più di tanto, mi arrischio addirittura a postarla qui, ecco.

 



Tu che sei parte di me
Le tue braccia lunghe
spalancate all’aria
Solo nel vento sei sempre felice
Butta via i ricordi, getta ogni cornice,
lascia spazio alle cose a venire

Fuori
c’è una notte intera
Puoi perderti..

Tu che sei parte di me
e lasci fuochi
piccole tracce
per riportarmi a casa
Tu che sei parte di me
Ultima luce,
ultima insegna accesa

E ogni nuova paura
alza il fumo negli occhi
e le parole cominciano male..
Ti riuscissi a dire,
riuscissi a spiegare
E’ solo pelle che inizi a cambiare

Fuori
C’è una vita intera,
vuoi perderti?
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni
e mi fai sorprese
Tu che sei parte di me

Soli per la notte intera,
soli per la vita intera

Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni,
e mi fai sorridere

Fuori
una notte intera
Fuori
una vita intera

 

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giovedì, 26 marzo 2009

Hop hop trotta cavallino... hop hop corri mio morello

Woody allen è un regista, attore, personaggio estremamente controverso.
C'è chi lo adora senza riserve, chi lo considera solo uno sfigato paranoico incestuoso.

Si può dire molto di lui, nel bene e nel male.

Ma che dire, invece, di quei buontemponi che hanno caricato sul mulo (fine metafora anti-guardia di finanza) due film porno di pessima qualità (e dalla recitazione dilettantesca) al posto, rispettivamente, di Io ed annie e Hannah e le sue Sorelle?

Di fronte a tale disgrazia, l'aver scaricato l'ultima canzone della Zanicchi a San Remo invece degli Afterhours è passato decisamente in secondo piano.

 

 

 

 

P.s. AAA film porno cedesi, modici prezzi, qualità video ottima.

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lunedì, 23 marzo 2009

Tabù

Quand'ero piccola, ero evidentemente molto timida.
E mi vergognavo un sacco a pronunciare una parola che, per me, aveva un significato prettamente peccaminoso. Una parola che costituiva nella mia mente l'anticamera del sesso (a ben guardare, non avevo esattamente tutti i torti).
La parola in questione era: gambe.
La Regina Vittoria sarebbe stata molto fiera di me.

 

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si è disquisito di: ricordi, profonde riflessioni, bah , costume e società, è un mondo malato, ommioddio no


venerdì, 27 febbraio 2009

I wish

 

Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.

Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.

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si è disquisito di: pensieri, video, stati danimo


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