Il rugbista si tiene stretta la palla sotto il braccio. Studia gli avversari che gli si parano di fronte. E non lo molla, quell'ovale ruvido al tatto, non lo molla per un istante. Ha paura, cazzo, e vorrei anche vedere, con questi colossi che gli si fanno incontro. Fratture multiple, il male minore. E ti pare che la molli, allora, 'sta palla? E tirarla avanti non si può, non s'ha da fare, le regole dicono di no, e cadrebbe pure in mani sbagliate. Meglio portarla con sè un altro po'. Il rugbista suda freddo, mentre si guarda disperatamente intorno in cerca di uno spiraglio. Il cerchio si stringe. Un cerchio di svariati quintali, per giunta. Il rugbista ha però un'intuizione: accenna uno scarto a sinistra, il maciste davanti a lui abbocca (mica tanto svegli, 'sti energumeni) e si toglie di mezzo da solo. Ruota su se stesso di 180 gradi, di fronte a sè vede i suoi compagni che lo guardano perplessi.
Se le cose nella mia vita girassero in modo perfetto… Ho fame di progetti
Ho fame di chiarezza
Ho fame di coerenza
Ho fame di solitudine
Ho fame di libertà
Ho fame di vero amore
Ho fame di pazienza
Ho fame di novità
Ho fame di fango e neve
Ho fame di pioggia
Ho fame di sacrifici
La mia fame è arancione
Ho fame di condivisione
Ho fame di cambiamenti
Ho fame di risposte
Ho fame di chiacchierate
Ho fame di silenzio
Ho fame di libri
Ho fame di albe e tramonti
Ho fame di semplicità
Ho fame di ritrovarti
Ho fame di fuoco e fiamme
Ho fame di serenità
La mia fame brontola
La mia fame non tollera inganni
o contrattempi
La mia fame scalpita come un bambino parcheggiato nel carrello della spesa
La mia fame non si trattiene
E il senso d'attesa è denso come l'olio
galleggia in superficie, sopra la mia testa, come nubi cariche di tuoni e pioggia
Ok, ho capito, mi rimbocco le maniche, scarto le gocce, e vado
Il bar da Otello non si chiama così. Non so in realtà quale sia il suo vero nome, ammesso ne abbia uno. Non c'è alcuna insegna, a parte una grande T bianca su sfondo blu posta lungo la strada; insegna che è anche il motivo per cui, un paio di volte la settimana, mi fermo ed entro. Il bancone di solito è popolato da uomini di varia età che bevono un caffè, uno spritz o un'ombra di vino. La tenuta (estiva) più in voga sembra essere: pantaloni (nella variante lunga, o bermuda); ai piedi, sandali di pelle o - nel peggiore dei casi - mocassino e calzino bianco corto; a completare l'opera, canottiera a coste e spallina larga, o polo a righe nelle mattinate eleganti. Siamo pur sempre in campagna, qui, signori miei...
Dietro il bancone stanno Otello e signora. Ormai viaggiano intorno ai 70 anni, anche se ai miei occhi sono sempre, irrimediabilmente uguali a trent'anni fa. A volte, la moglie serve i clienti e il marito se ne sta fuori, seduto su una di quelle sedie di ferro da bar modello casale in Toscana, fumando e conversando con qualche cliente. Altre volte, invece, c'è solo lui, oppure la nipote dei due. Ogni tanto, fa capolino anche una bimbetta bionda con codini regolamentari, che spesso e volentieri improvvisa brevi percorsi sulla sua biciclettina a quattro ruote motrici; figlia della nipote, per la cronaca.
Nelle vetrinette e sopra i ripiani del bancone fanno bella mostra di sè:
- tramezzini dall'aria malaticcia, che Benni potrebbe tranquillamente includere nel suo bar Sport;
- gelato (rigorosamente confezionato; un tempo tenevano del gelato artigianale buonissimo, che una sera salvò mio padre da una figuraccia maturata con il primo sperimentale utilizzo del Gelataio Simac. Ma quelli erano altri tempi...);
- boeri, gomme e caramelle.
Le sigarette vengono tenute sotto il bancone, o nella stanzetta-tabaccheria sul retro.
Da sinistra, provengono invece i tintinnii elettronici dei videopoker, cavallo di Troia della modernità.
Alle spalle del bancone, una specchiera con ripiani di vetro su cui poggiano innumerevoli bottiglie di liquori assortiti, che dà alla stanza un aspetto da piccola bottega dello speziale. E, insieme alle bottiglie, messa lì quasi per caso, una foto.
Il ragazzo ha suppergiù vent'anni, i capelli dal taglio anni '80, castani con una frangettona da antologia. Sorride, ha l'aria svagata, da giovane, e gli occhi cerulei come quelli del padre. Mi chiedo sempre, quando lo guardo, come potrebbe sembrare, ora: segni evidenti di calvizie? Sempre molti capelli, ma bianchi, come succede a quegli uomini che incanutiscono presto ma non si stempiano? Porterebbe ancora, negli occhi, sulla bocca, quell'aria felice e svagata? Calcolo che avrebbe circa quarant'anni. Avrebbe, appunto, se non si fosse schiantato con la moto più di vent'anni fa. Era il figlio di Otello e signora.
Ricordo che, quando accadde l'incidente, per giorni e giorni non si fece parola d'altro. E' morto il figlio di Otello!, il tam tam si propagava a macchia d'olio, è caduto in moto, stava tornando da Jesolo...
Per un sacco di tempo, non si parlò che di questo
Pochi giorni dopo, la foto fece la sua comparsa nel bar.
Ora, quando entro a prendere le sigarette, basta la mia sola presenza a far materializzare sul bancone un pacchetto di Camel Silver. Magie della frequentazione abituale. Pago i miei 4€ e me ne vado. Buongiorno, o buonasera. Qualche volta scatta la parola in più (che freddo, vero? che caldo, eh? hai preso la macchina nuova? posso entrare con la mia cagnetta?). Sorrido, mi sorridono di rimando. Esco. Mi chiedo se si ricordino di me bambina, di quando andavo con le mie amichette, in bici, a prendere il gelato o le caramelle. E penso che il tempo scorre, le ferite si rimarginano. E' naturale, è sano. Si piange un po', se si può voltar pagina la si volta, se non si può si porta il dolore dentro di sé, sempre più in profondità, sempre meno pulsante. Si riaprono le braccia alla speranza, alla vita che continua ad andare.
Il casino è che rimangono lì, immobili in un angolo, quelle piccole, bastardissime foto-cicatrice. E 'ste stronze hanno il brutto vizio di saltar fuori quando meno te lo aspetti: zac!, il bordo tagliente della cornice esige il suo tributo di sangue e lascia un piccolo segno sulla pelle.
Si rimarginerà subito, all'istante quasi, basta appoggiarci su le labbra e disinfettare con un po' di saliva. Un niente, rispetto all'emorragia inarrestabile di qualche tempo prima... ci si riesce anche quasi a ridere su!
Ma... ahi!, che fitta al cuore, e che bruciore, per un momento!
P.s. la foto non c'entra un cazzo, ma mi piaceva. L'ho scattata a Vicenza qualche settimana fa. All rights reserved.
L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.
Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.
Edgar Mitchell, astronauta della NASA, parte dell'equipaggio dell'Apollo 14, in una rivelazione-shock confessa: gli alieni esistono, hanno avuto contatti con noi, e si presenterebbero come esseri "amichevoli, piccoli e dai grandi occhi".
Non ho fatto a tempo a leggere queste parole che... un'illuminazione improvvisa!
Ho aperto la cartella 'foto', scorso i titoli, cercato febbrilmente, richiuso, riaperto, frugato, il senso di'inquietudine in ascesa, l'ansia, la fibrillazione, finché... ECCOLA!
Ho osservato la foto per bene, per interi minuti.
Dettagli che mi erano sfuggiti, ora mi sono finalmente chiari.
Ho ingrandito, zoomato, cecrato di migliorare la definizione.
E credo di esserne certa.
Uno di qui piccoli, amichevoli esseri dai grandi occhi è in una mia foto...
Penso che dovrei andare a dormire, ma non ne ho alcuna voglia, ancora, nonostante le palpebre pesino per il sonno come macigni. Metto su un po' di musica, mio alimento principale in questi giorni, e accarezzo l'idea di un'ultima sigaretta e di un biscotto, che di certo mi traghetterebbero verso le braccia di Morfeo con qualche senso di colpa in più, ma magari con la mente un po' più sgombra dalla stanchezza.
Fuori piovono minuscoli frammenti d'acqua, talmente insignificanti che non si sentono nemmeno crepitare giù, lungo la grondaia; frammenti sputacchiati da un cielo autunnale di cui non ho proprio più voglia. Non ora che è primavera, non ora che voglio solo luce e calore.
Ho voglia di molte cose, in questo periodo. Terminato il lungo letargo invernale, mi sono riscoperta viva, brillante, pungente come calce viva e pronta ad esplodere come dinamite. Sto accarezzando sogni con immensa paura ed ancor più forte curiosità, io che dalla spinta della curiosità riesco sempre a trarre stimoli febbrili ed intensi, seppur spesso poco duraturi. E' la costanza che mi fa difetto, in qualsiasi cosa io faccia o stato d'animo viva.
Purtroppo?
Per fortuna?
Non lo so.
Però so anche essere molto fedele: ai miei sogni, per esempio. Anche se qualcuno, lo ammetto, l'ho tradito. E pure malamente. Dovrei dare più fiducia agli istinti e ai suggerimenti del mio inconscio, soprattutto quando mi sembrano totalmente irrazionali e pazzeschi.
Sono proprio loro, mi sa, a rivelare la vera essenza di me.
Oggi ho sentito una canzone per radio. Una canzone davvero bella, che non ho potuto fare a meno di ascoltare con intensa concentrazione, e che mi ha alleggerito il cuore. Perché sembra parlare proprio di come io mi senta ora. E nonostante la presenza di una Gianna Nannini che in genere non tollero più di tanto, mi arrischio addirittura a postarla qui, ecco.
Tu che sei parte di me
Le tue braccia lunghe
spalancate all’aria
Solo nel vento sei sempre felice
Butta via i ricordi, getta ogni cornice,
lascia spazio alle cose a venire
Fuori
c’è una notte intera
Puoi perderti..
Tu che sei parte di me
e lasci fuochi
piccole tracce
per riportarmi a casa
Tu che sei parte di me
Ultima luce,
ultima insegna accesa
E ogni nuova paura
alza il fumo negli occhi
e le parole cominciano male..
Ti riuscissi a dire,
riuscissi a spiegare
E’ solo pelle che inizi a cambiare
Fuori
C’è una vita intera,
vuoi perderti?
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni
e mi fai sorprese
Tu che sei parte di me
Soli per la notte intera,
soli per la vita intera
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni,
e mi fai sorridere
Fuori
una notte intera
Fuori
una vita intera
Woody allen è un regista, attore, personaggio estremamente controverso.
C'è chi lo adora senza riserve, chi lo considera solo uno sfigato paranoico incestuoso.
Si può dire molto di lui, nel bene e nel male.
Ma che dire, invece, di quei buontemponi che hanno caricato sul mulo (fine metafora anti-guardia di finanza) due film porno di pessima qualità (e dalla recitazione dilettantesca) al posto, rispettivamente, di Io ed annie e Hannah e le sue Sorelle?
Di fronte a tale disgrazia, l'aver scaricato l'ultima canzone della Zanicchi a San Remo invece degli Afterhours è passato decisamente in secondo piano.
P.s. AAA film porno cedesi, modici prezzi, qualità video ottima.
Quand'ero piccola, ero evidentemente molto timida.
E mi vergognavo un sacco a pronunciare una parola che, per me, aveva un significato prettamente peccaminoso. Una parola che costituiva nella mia mente l'anticamera del sesso (a ben guardare, non avevo esattamente tutti i torti).
La parola in questione era: gambe.
La Regina Vittoria sarebbe stata molto fiera di me.
Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.
Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.